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Google Classroom cambierà la scuola?

Google ha introdotto a maggio 2014 un nuovo prodotto: Google Classroom. L’obiettivo: colmare il divario creatosi negli ultimi anni tra insegnanti, studenti e tecnologie digitali attraverso una piattaforma che semplifichi la gestione delle classi e degli esami eliminando completamente la documentazione cartacea.

Da quando, nell’estate 2013, mi sono occupato di ideare e sviluppare un sistema per digitalizzare i corsi di diploma BTEC del CSM College di Verona a costo zero, ho fatto molte ricerche per trovare una soluzione che fosse affidabile, cross-platform (accessibile, cioè, da ogni tipologia di dispositivo – computer, tablet o smartphone – indipendentemente dal sistema operativo installato), facilmente configurabile, gestibile e scalabile.

Dopo aver analizzato le soluzioni più diffuse sul mercato, la scelta è ricaduta su Google Apps for Education perché, pur non rappresentando una soluzione completa, rispondeva alla maggior parte dei requisiti sopra elencati. Quando ho attivato il sistema sul nostro dominio, l’ostacolo più difficile da superare è stato la mancanza di un’unica applicazione che unisse i prodotti Google che erano a nostra disposizione (E-Mail, Gruppi, Calendari, Google Drive e Documenti). Il mio compito è stato quindi quello di inventare un sistema personalizzato semplice, logico e funzionale per integrare tutti gli applicativi a nostra disposizione. Ho realizzato documentazione sufficiente sia per insegnanti che per gli allievi affinché fossero in grado indipendentemente di usare l’infrastruttura digitale appena creata. Indipendentemente dalle linee guida pubblicate, lasciare troppa libertà all’utente finale ha portato a non pochi problemi durante l’anno: da insegnanti che, per errore, hanno cancellato tutti i file presenti sulla cartella Google Drive della classe a studenti che non caricavano i file nei formati richiesti. Per quanto questa soluzione fosse già un importante passo in avanti verso la digitalizzazione dei corsi, non era certamente la soluzione definitiva.

Quando ho visto per la prima volta il video di presentazione di Classroom, il mio entusiasmo era alle stelle: qualcuno in Google si era accorto della necessità di unire tutti i loro prodotti in un’unica applicazione che fosse facilmente utilizzabile in ambiente scolastico.

Come funziona Google Classroom?

Per accedere a Google Classroom è necessario avere già attivo il sistema Google Apps for Education sul proprio dominio. L’amministratore del sistema deve attivare l’applicazione nel pannello di amministrazione. Dopodiché, puntando il browser all’indirizzo http://classroom.google.com è possibile – per gli insegnanti verificati – creare una nuova classe o, per gli studenti, accedere a quelle esistenti tramite codice univoco o invito via e-mail.

Una volta creata la classe è possibile condividere comodamente i documenti delle lezioni attraverso l’upload automatico su Google Drive in apposite cartelle create dal sistema. La funzione più utile, però, è quella relativa agli assignment ovvero agli esami. L’insegnante può assegnare un compito e monitorare in diretta quanti studenti lo hanno consegnato in tempo. Google Classroom è stato pensato anche per permettere la correzione dei lavori e la loro valutazione. Quando l’insegnante ha completato il suo lavoro, lo studente riceve una notifica con il compito corretto e il voto ricevuto.

Per chi fosse interessato, il video riportato qui sotto mostra quanto appena detto in due minuti:

Sulla carta e dopo aver visto il video di presentazione il sistema sembra fantastico e la soluzione ai problemi che io stesso in prima persona ho riscontrato sulla strada della digitalizzazione di una scuola. Dopo qualche giorno di test approfonditi con classi e studenti creati ad-hoc sono sorti i primi dubbi sull’effettiva utilità di questa piattaforma.

Classroom sotto esame

La prima cosa che viene da chiedersi dopo qualche ora di utilizzo è se questo sistema sia stato effettivamente creato con il contributo di insegnanti ed esperti di didattica o se, come penso io, sia stato assemblato da un gruppo di programmatori o ingegneri all’interno di Google.

Nel corso degli ultimi anni si è acceso un intenso dibattito sull’educazione e sulla necessità di aggiornare i sistemi didattici. La discussione si è focalizzata in particolare su due questioni:

  1. la necessità da parte degli insegnanti di rendere i loro corsi più “interattivi” utilizzando testi, immagini, video e giochi. Gli studenti sono abituati ad avere sempre tra le mani un dispositivo che li connette a internet e questa risorsa deve essere utilizzata nel modo giusto anche a scuola
  2. l’importanza di basare l’insegnamento non più esclusivamente sulla trasmissione di nozioni e conoscenze teorica ma puntare il più possibile su un apprendimento di tipo “pratico”.

Google Classroom, purtroppo, pur essendo un sistema all’avanguardia sembra essere ancora a una concezione della scuola che appartiene più al secolo scorso piuttosto che al XXI: è possibile consegnare e correggere esclusivamente file testuali. Niente video, immagini, presentazioni, pagine web o altro benché tutti questi formati siano già presenti e creabili nelle varie applicazioni che Google ci fornisce.

Il secondo punto che mi ha lasciato alquanto perplesso è il sistema di valutazione basato esclusivamente sui centesimi. Considerando che un’applicazione come Classroom dovrebbe puntare ad acquisire il maggior numero di utilizzatori in giro per il mondo, pare che nessuno in Google abbia considerato quantomeno “limitante” questo sistema di valutazione. Se pensiamo al nostro paese, soltanto l’esame di maturità prevede un voto in centesimi mentre gli stessi compiti in classe svolti durante la scuola secondaria superiore sono valutati in decimi. Le università italiane, molte delle quali hanno già integrato il sistema Google Apps for Education nei loro atenei, avendo voti espressi in trentesimi non potranno mai usufruire di Classroom.

Già queste due semplici questioni minano, a mio modo di vedere, le fondamenta di questo sistema che ha indubbiamente del potenziale ma che, al suo stato attuale, non può essere utilizzabile in molti istituti. Il problema è affrontabile da due punti di vista distinti: Google potrebbe rendere il sistema più flessibile e personalizzabile da ogni istituto oppure si dovrebbe cominciare a pensare a una standardizzazione dei sistemi scolastici dal punto di vista formale. Nel primo caso lo sforzo sarebbe fatto da un’azienda privata e implicherebbe un importante investimento di tempi e risorse per modellare Classroom su esigenze molto diverse tra loro; nel secondo si tratterebbe di portare la discussione sui sistemi didattici a un livello più alto per cercare di rendere la scuola più “globale”.

L’Unione Europea sta affrontando esattamente questo problema dovendo garantire la mobilità degli studenti nei paesi comunitari (il progetto Erasmus, pur essendo il più conosciuto, non è che la punta dell’iceberg) mentre tanta di unire sistemi didattici completamente differenti.

Pur essendo nato da pochi mesi, Google Classroom, è già stato aggiornato con nuove features e quelli di Google sembrano seriamente intenzionati a investire nel mondo educational come dimostrato dalla creazione di un blog dedicato lo scorso 28 agosto. Il futuro della scuola e dell’insegnamento sembra più radioso che mai.

Il futuro

Come funziona la musica di David Byrne è un libro molto, molto bello che consiglio vivamente a chi ha una passione per la musica ed è interessato a capirne un po’ di più della sua storia moderna o della sua evoluzione negli ultimi anni. Il testo è così pieno di spunti che ho appiccicato qualche segna pagina nei punti più interessanti (ed è una cosa che non faccio mai).

Riporto qui una parte che si trova verso la fine del libro dal titolo “Il futuro”:

Non ho nulla contro la musica eseguita nei teatri lirici, né contro le opere esposte nei nuovi e spettacolari musei sorti negli ultimi due decenni; anzi, nella maggior parte dei casi le apprezzo. Quell’un per cento della popolazione ha certamente diritto ai suoi templi del buon gusto (dopo tutto sono i loro soldi, e a volte ci invitano alla festa). Mi chiedo però se questi spazi e ciò che rappresentano, insieme ai loro budget, non siano il sintomo di un travisamento delle priorità che in un momento non troppo lontano finirà per ritorcersi contro di noi.

Non sono l’unico a pensare che le future generazioni guarderanno con sconcerto ai nostri budget per le arti. Il taglio dei fondi statali e federali per l’insegnamento della musica, della danza, del teatro e delle arti visive nelle scuole primarie e secondarie avrà profonde conseguenze sul futuro economico e creativo degli Stati Uniti e di altri paesi che stanno seguendo il nostro esempio. In California, il numero di studenti che partecipano a programmi di formazione musicale si è dimezzato tra il 1999 e il 2004. La frequenza alle lezioni di musica, molte delle quali non sono più disponibili, è scesa dell’85 per cento. Stesso destino è toccato alle altre arti, e anche le materie umanistiche hanno subito un calo.

Uno studio compiuto dal Curb Center della Vanderbilt University (Mark Curb è, tra le altre cose, un autore di canzoni e produttore discografico che indusse la MCA a scaricare Frank Zappa e i Velvet Underground, sostenendo che propugnavano l’uso delle droghe!) giunse alla conclusione che gli studenti specializzati in materie artistiche sviluppavano una migliore capacità di risolvere i problemi rispetto a chi si dedicava a quasi ogni altro settore di studio. Correre rischi, affrontare ambiguità, scoprire schemi ricorrenti e utilizzare analogie e metafore sono abilità che non trovano un utilizzo pratico solo per gli artisti e i musicisti. Per esempio, l’ottanta per cento degli studenti d’arte della Vanderbilt afferma che l’espressione della propria creatività è parte dei propri corsi, mentre dice altrettanto solo il tre per cento di chi si specializza in biologia e circa il tredici per cento di chi si dedica all’ingegneria e all’economia. La soluzione creativa dei problemi non viene insegnata in queste altre discipline, pur essendo una capacità essenziale per la sopravvivenza. Se si ritiene, come ritengo io, che la capacità di risolvere creativamente i problemi possa essere appresa, e possa essere applicata in tutti i campi, allora se tagliamo i budget per lo studio delle materie artistiche e umanistiche stiamo tagliando le gambe ai nostri figli: non potranno in alcun modo competere nel mondo in cui stanno crescendo.

Perché dobbiamo insegnare a programmare ai bambini

[…] Nella nuova era dei microchip «questi ragazzi avranno l’opportunità di fare soldi». […] La prossima volta che vi capita di vedere un ragazzino di dieci anni indemoniato che impreca contro Mad Alien Targ, ricordate che non si sta solo divertendo, non sta solo ammazzando il tempo e buttando via soldi: sta imparando il linguaggio informatico. […]

L’invasione degli Space Invaders

Potrebbe suonare strano ma il mio avvicinamento al mondo della programmazione è avvenuto durante il Liceo Classico. L’indirizzo P. N. I (Piano Nazionale di Informatica) prevedeva, oltre alle materie di un classico “tradizionale”, le stesse ore di matematica e fisica di un liceo scientifico e, in quarta e quinta ginnasio, informatica. Il programma si concentrava fondamentalmente sull’apprendimento di Turbo Pascal.

Nonostante non sia mai stato una cima in matematica e abbia sempre odiato i test di logica, i Giochi di Archimede e cose simili (ricordo ancora con orgoglio i miei 18 punti quando, lasciando tutte le risposte in bianco, il punteggio minimo era 20), programmare era una cosa abbastanza naturale: con un paio di miei compagni c’era sempre la sfida a chi riusciva a completare i problemi più velocemente o con meno righe di codice.

All’inizio della prima liceo la maggior parte della classe era sollevata dal non dover più dover scrivere una riga di Turbo Pascal; dal mio punto di vista, invece, sentivo la necessità di approfondire l’argomento perché era divertente riuscire a insegnare a un computer a risolvere un problema. Se dal punto di vista dell’IT sperimentavo tutte le distribuzioni di Linux di quegli anni, con la programmazione mi orientavo più sullo sviluppo web avendo capito i limiti di Turbo Pascal ed essendo spaventato dal fatto che mia sorella, al primo anno di ingegneria informatica all’università, non riuscisse a venire a capo di Java.

Lo sviluppo web può sembrare semplice ma io l’ho ritenuto sempre affascinante, complesso e, al tempo stesso, completo: unire contenuti testuali, video, immagini, acquisire o richiedere dati in modo dinamico a un database, sviluppare un’interfaccia grafica intuitiva, la gestione degli errori causati dagli utenti con spiegazioni che fossero umano-comprensibili e, infine, nonostante il rispetto di tutti gli standard, doversi barcamenare per fare in modo che il sito funzionasse correttamente con tutti i browser presenti sul mercato (cosa che, negli ultimi anni, si è complicata ulteriormente dovendosi adattare a tutti i nuovi dispositivi con schermi di dimensioni differenti e interfacce di controllo touch screen).

La programmazione per il web è, come dicevo prima, una disciplina completa perché permette allo sviluppatore di scontrarsi con varie difficoltà appartenenti a categorie differenti: back-end, front-end, database, user interface, compatibilità multipiattaforma, ecc… che non possono fare altro che renderti un programmatore migliore, attento tanto alla funzionalità del programma quanto al fatto che sia a prova di idiota.

Se Martin Amis, autore del libro sopracitato, aveva capito le potenzialità in termini economici e occupazionali legate al mondo dell’informatica già nel 1982, è chiaro che, a più di vent’anni di distanza, nel nostro paese stiamo rimanendo indietro ancora una volta rispetto al resto del mondo; così come è avvenuto per l’insegnamento delle lingue straniere, sarebbe importante introdurre lo studio delle basi di programmazione fin dalla scuola primaria. Ovviamente questa cosa avrebbe senso se indirizzata subito a risvolti pratici: creiamo un gioco insieme, scriviamo un programma per risolvere problemi quotidiani; e non fermandosi solo alla teoria delle condizioni if, then, else o ai loop.

Da quanto mi risulta, l’unica realtà in Italia che si sta muovendo in questo senso è, ovviamente, privata: Digital Accademia, una società legata all’incubatore H-Farm, che sviluppa progetti di formazione e promuove la cultura digitale. In particolare il loro corso denominato «K-12» (sigla che, negli Stati Uniti, identifica la scuola primaria e secondaria), il cui scopo è quello di sviluppare una conoscenza degli strumenti digitali e una consapevolezza nel loro utilizzo, è rivolto a bambini e ragazzi dai 3 anni in su.

Nel resto del mondo ci sono diversi progetti in ballo ma, attualmente, il paese che sta investendo maggiormente in questa direzione è l’Inghilterra che, in seguito alla riforma della scuola, ha inserito nel National Curriculum, l’insegnamento della programmazione ai bambini dai 5 ai 16 anni. A partire dal prossimo settembre, i bambini e i teenager di sua maestà avranno un vantaggio rispetto ai loro coetanei in giro per il mondo. Quanto ci impiegheremo per metterci alla pari?

Da dove cominciare?

Ecco qualche spunto (purtroppo tutti in inglese) per chi avesse voglia di lanciarsi in questo mondo:

http://www.code.org/ – Se avete un’ora libera, cominciate da qui.
http://www.codecademy.com – Una vera e propria scuola on-line e gratuita.
http://www.programmr.com – Become a programming guru.
http://learncodethehardway.org – Learn Code the Hard Way.
https://www.codeschool.com – Learn by doing.

Will online courses take over universities?

I signed up on Coursera exactly one year ago. Even though I never enjoyed watching video tutorials on YouTube and following on-line courses on platforms like iTunes U, I was curious about attending an on-line class. I was eager to start: during the first week I signed up to a lot of different courses. At that time I was quite busy with my job so I knew that I couldn’t watch all the video lectures and do all the assignments but my main goal was to understand how the whole system worked and find out if I could use it to improve my teaching skills.

The only course that I actually completed at the beginning was “Introduction to Digital Sound Design” by professor Steve Emerett from Emory University. My background helped me a lot so it hasn’t been difficult to get a distinction on my statement of accomplishment at the end of the course (on Coursera you can get a Verified Certificate if you join the Signature Track which is available for some courses starting at $49.00).

After that first experiment I didn’t attend other courses but I kept myself in the loop and I enjoyed following the growing discussion about on-line education.

Four on the floor

At the end of the summer I felt that I needed to learn something new so I started browsing Coursera again and decided to commit myself to complete four different courses.

The first was Berklee College of Music’s “Introduction to Music Production“: as you probably guessed, this subject isn’t new for me but I was excited to attend a course from one of the world’s most renowned music school.

California Institute of Arts’ “Introduction to Programming for Musicians and Digital Artists” has been my second choice. Although I’ve been following Ge Wang’s work for a long time now, I never had the chance to learn ChucK (the programming language that he developed). When I saw this course I thought that this was the chance to fill this gap.

The third course that I attended has been: “Digital Signal Processing” from the École Polytechnique Fédérale de Lausanne. To be honest I quit after the first week. I was really looking forward to learn something but when I started I already knew that I couldn’t cope with all the math’s problems (math has always been my weak point).

The fourth and last course: “An Introduction to Marketing” from University of Pennsylvania. I know that this course is completely unrelated with the others but I also worked as marketing manager so I thought that this could be very helpful.

The pros and the cons

Attending an on-line course has a lot of pros: you can study what you want whenever you want (actually this is also one of the cons: do you know the term «procrastination»?). You can always access the video lectures and even play them at double speed if you haven’t enough time (I did this a lot!). One thing that I never used were the discussion boards, even though many students found them extremely helpful. I definitely learned A LOT of new things and I think I’ve improved my teaching skills by watching those lectures.

Obviously there are some cons too… from a teacher perspective, you can’t be a hundred percent sure that all the assignment are made by the students. I actually caught a lot of my peers copy and paste content from wikipedia and other websites. From a learner point of view it has been great to be part of these classes with thousands of students from around the globe but I really missed the “human factor”: discussing an assignment or a lecture behind a monitor is not the same as doing it in front of a cup of coffee/tea. I also got angry  once because I thought that my assignment weren’t reviewed following the course’s guidelines (and I’m convinced that I’ve been downgraded for that reason).

If you want to join one an online course, you have to be really commit to complete it because even if no one is looking at what you do, watching the video lectures and doing the assignments take the same amount of time that doing those things in a class (and, probably, you are doing an on-line course because you don’t have time to do it).

Conclusions

I don’t think that online courses will take over (and kill) universities. The institutions that will embrace these platforms and develop new content for their curricula will take a lot of advantages from it. My guess is that, in the future, students will prefer an enhanced learning experience instead of “traditional” lectures. Many new platforms were born in the last months and the number of courses is growing constantly. This is the right time to sign up on Coursera, EdX, FutureLearn, etc. and try to learn something new.